The importance of being human

a cura di Mariateresa Ravidà

“Chieti: studente di giurisprudenza si toglie la vita .” E’ quel che si è letto sulle testate dei quotidiani della settimana appena conclusa. Un altro caso di suicidio, l’ennesimo. Un folle gesto che, differente per protagonisti e modalità,  è tra i giovani studenti accomunato, con sconvolgente frequenza, alla bugia di esser prossimi al conseguimento di una laurea che, di fatto, non sarà conseguita.

Questa volta, è Mariano Supino, 27 anni, a restare schiacciato dal peso di questa bugia raccontata ad amici e parenti. 

L’ateneo presso cui i suoi invitati si sono riuniti per celebrare il grande evento, non ha in previsione alcuna discussione di laurea per quella mattina: e infatti, Mariano è nella sua camera da letto, e giace esanime in una pozza di sangue. Rivolto in terra, c’è il corpo di un giovane tramortito dai colpi di un dolore che si è nutrito di anni ed anni di menzogne e di silenzi. Un dolore che gli ha impedito di portare a termine i suoi studi; o forse, sono stati proprio quegli studi, la genesi di un disagio che si è poi cronicizzato nel tempo, in modo inarrestabile? 

Essendo riduttivo, irrilevante e presuntuoso, in questa sede come al di fuori, individuare il movente specifico del folle gesto, andrò dritta al cuore della questione. Senza come né perché, il punto è che Mariano soffre, e soffre solo. Avverte un disagio che, comunque definito, non trova soluzione. Mariano scompare. Come chi, macchiatosi di un crimine terribile, non sa dove nascondere la faccia. Come chi prova una vergogna insopportabile per se stesso, da non reggere lo sguardo del suo interlocutore. 

Ma di chi è, lo sguardo che intimidisce Mariano? Di chi sono quegli occhi, e quanti sono?

Sono forse gli occhi di un genitore carico di aspettative, che tenta di spronare ed incoraggiare un figlio, verso quel che ritiene un percorso ritenuto più sicuro di altri? O forse quelli di una fidanzata troppo esigente, o di un amico disattento. Forse, ad intimidirlo, sono stati gli sguardi mancati, gli occhi di quella mano tesa che non ha mai incontrato. O magari, sono i suoi stessi occhi, quelli che Mariano in persona ogni mattina vede riflessi allo specchio, ad aver sempre avuto, per uno sciagurato tiro della natura, la tendenza innata ad accusare più colpi di quelli percepibili dalla media sensibilità. 

Ogni riposta univoca sarebbe errata. Semplicemente perché, nella tragedia del suicidio non esistono autori, vittime, colpevoli, cause, e concause che reggano. Però, forse, esistevano soluzioni. Soluzioni che una mente oppressa da un dolore così sordo e lacerante non poteva cogliere. 

Un suicidio non mai è la morte di questo o di quello: ma sempre una morte collettiva; è un mattatoio in cui si mescolano i ruoli del carnefice e della vittima, una spirale che trascina vorticosamente tutti noi, membri della società, al centro del suo concitato girotondo.

E ci siamo dentro tutti, indistintamente, nelle intricate trame di questa fitta matassa senza bandolo: da Mariano, ai suoi amici, parenti, conoscenti, sconosciuti. Ci sono dentro anch’io, che sto scrivendo queste righe. Perché anche io, come voi, sono stata almeno una volta nella vita, assassina e vittima di me stessa e di altri. In che modo, ho anche io probabilmente alimentato questo insano business del malessere? macchiandomi dei due crimini che lo nutrono: una logica distorta e una forma di disattenzione.

Cos’è, una logica distorta? E’ quella diffusissima prassi fondata su assiomi inconsistenti, che porta alla svalutazione di sè; è  la voce di chiunque si identifichi col proprio curriculum o con i mesi che lo collocano fuori corso; col voto ricevuto all’ interrogazione, e poi all’esame. E’ il pensiero di chi associa un numero stampato su un libretto alla voce di intelligenza, rimettendo il giudizio di se stesso nelle mani di un collega o di un docente; è la voce di chiunque creda che esista un solo tipo di intelligenza, la stessa per tutti, e che consista nell’acquisizione di nozioni o nella soluzione di un calcolo matematico. E’ la logica di chiunque insegni che si valga quanto si produca, e non quanto l’impegno profuso, le condizioni a cui si accetti di produrre, gli scopi, gli intenti, l’utilità sociale di cui si carichino le occupazioni e gli sforzi di ognuno. 

La logica distorta distingue le lauree importanti da quelle barzelletta, i lavori intellettuali di serie A, da quelli manuali di serie B. Ma questa logica trascura che ognuno di noi è costitutivamente inclinato alla pratica di uno sport diverso da quello di un altro (che sia un genitore, un amico) e che la serie A la si conquista giocando la propria partita, e non praticando uno sport più nobile per definizione. La logica distorta, è nella voce di chi ritiene che la crisi economica obblighi ai lavori “sicuri” e non lasci spazio all’inseguimento di se stessi, o alla ricerca di un compromesso che quantomeno tenga in vita una parte di sé. La logica distorta, ritiene che il successo scolastico e accademico appartenga a pochi luminari investiti dalla nascita di scienza infusa, e non il prodotto di un semplice metodo di studio, acquisibile da chiunque lo desideri davvero, col tempo, e magari con l’aiuto di un esperto. E’ la logica del sistema educativo che ti spegne la sete e la creatività, trattandoti come un vaso da riempire e non come un fuoco da accendere. Che ti chiama intelligente se sai leggere e ripetere libri, anche se non sai leggere i fatti, le persone, se, insomma, non sai leggere i libri nei fatti del mondo: che è il motivo per cui questi vengono scritti. 

Intendo dire, che è così facile sentirsi pesci fuor d’acqua, quando si naviga per mari altrui, o si è sospinti dalle correnti di logiche tanto deprimenti, quanto forti: perché incoraggiate dalle piccole spinte dei gesti quotidiani compiuti inconsapevolmente da ognuno di noi.

Questi crimini invisibili, traggono subdolo alimento da quel peccato non meno problematico che è la disattenzione.

La disattenzione, è propria di chiunque non sia disposto ad accogliere il dolore, proprio e di altri, nella propria vita, condividendolo ed ascoltandolo. E’ disattento, chiunque abbia una paura matta del dolore, e pensi che non ci sia niente di più urgente che esorcizzarlo, negarlo , trattarlo come qualcosa da mettere sotto il tappeto in attesa che scompaia da se’.

La disattenzione, è nella banalizzazione, nella minimizzazione del disagio psichico e delle sue più o meno visibili manifestazioni; è nelle frasi di chi: “dalla depressione ci si salva da soli. E’ solo una questione di volontà”. Ma, se la depressione è per definizione “la malattia della volontà”, è come dire che se hai male al braccio non c’è nessun pericolo: perché ti serve solo un altro braccio, ed è fatta. 

La disattenzione è nella voce che dice che “ognuno si salva da solo”: come se chiedere aiuto fosse il rimedio dei deboli, e gli uomini non avessero per natura bisogno di altri uomini. Peccato però, che non ci abbiano creati per abitare campane di vetro disabitate, ma il nostro habitat naturale sia la vita associata.

Il punto è che, senza una predisposizione positiva nei confronti della sofferenza, senza ascolto, non c’è amore. E senza amore nessuno, NESSUNO si salva da solo: semplicemente perché crede che non ci sia nulla di sé che valga la pena salvare. E a convincere del contrario, non sono certo le soluzioni matematiche, ne’ il pragmatismo di quella fredda intelligenza su cui ci mettono i voti a scuola e con cui siamo così soliti identificarci. A salvare vite, a volte, è qualcosa che non si apprende sui libri: l’intelligenza emotivaE chiunque ritenga che sia la scienza medica, la sola ed unica soluzione al buio dell’anima, confonde il guarire qualcuno con il sedare qualcuno. La morte dell’anima si guarisce con la vita dell’anima, e la vita dell’anima è l’amore. Punto.

Un cuore che non batte più, lo rianima soltanto un cuore che sa battere il doppio, che sa leggere il doppio, che sa infondere il doppio, che ha l’intelligenza e il tatto di maneggiare con guanti di seta anche le emozioni più ribelli.

Le emozioni, insomma, le portano a galla, le tirano via, le persone che sono in grado di trasmetterle, perchè hanno probabilmente vibrato a loro volta su simili frequenze. Persone che hanno sperimentato un dolore non rinnegato, bensì accolto e superato, e che sono quindi pronte a condividerne i segreti, per alleggerire il peso di chi ne è ancora vittima, facendo sentire nuovamente parte di un tutto, chi se ne sentiva irrimediabilmente ai margini.

Dunque, accantoniamo una volta per tutte il tabù della sofferenza e della sua demonizzazione, accogliamo invece con umanità quel che significa essere uomini. Anche se non ce lo insegnano a scuola, ce lo insegna la lettura dei fatti della vita, che a questo mondo servono cuori che battono:e che solo a questa condizione, ha valore un cervello. 

In conclusione, non ci si uccide per un capriccio vigliacco, o perché non vuol vivere, ma ci si uccide per smettere di soffrire di un male che si ritiene “immaginario”, perché negato da chiunque, condiviso da nessuno. Si dice che un cuore muoia quando cessa di comunicare, ma io dico che un cuore muore quando cessa di essere compreso.

Allora freniamo, per quanto ci riesce, l’analfabetismo delle emozioni, si astenga dalla critica chi non comprende, e chi comprende, invece, parli, e lo faccia a voce alta e senza vergogna.

Mariano non ha lasciato che il suo dolore lo rendesse esattamente la persona di cui questo mondo ha più di tutte bisogno: una persona vera, una persona sensibile. Mariano ha commesso un errore che con queste righe vorrei si astenesse dal commettere chiunque si sia sentito, e si senta, vicino ad uno stato d’animo tanto disperato.

Mariano non sapeva, che sarebbe potuto essere la soluzione al male di qualcuno che avesse incrociato i suoi occhi, non appena fossero usciti dal tunnel del buio e della disperazione.

Perché può accadere a chiunque nella vita, di non sentirsi all’altezza,e allora, la cosa migliore che possa capitare, è incontrare qualcuno che rifugga la logica distorta e la disattenzione; qualcuno che non ci fornisca alcuna soluzione sbrigativa per sentirci all’altezza desiderata, ma che piuttosto ci stringa in un abbraccio silezioso, ci guardi negli occhi, e ci domandi :“ma all’altezza di chi?”

Perché questa, è  l’importanza di essere umani.

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