SOS diritto privato: alcune chiare e semplici spiegazioni degli argomenti più ostici

a cura di Alessia Lamedica

 

Siamo ormai alle porte della sessione estiva. I ragazzi del primo anno si preparano al primo vero e proprio scoglio di giurisprudenza: Diritto Privato. Certo è che l’esame, a me molto a cuore, spaventa e terrorizza la maggior parte delle matricole per la sua tecnicità e ricercatezza nella terminologia, ma anche perché insegna un metodo di studio del tutto diverso da quello adoperato fino a questo momento: il metodo del giurista.

Sicuramente molti si sentiranno più o meno portati per uno specifico ambito della disciplina, nasceranno opinioni contrastanti su quale sia la parte più o meno interessante, come anche molti probabilmente non sentiranno la materia a loro vicina. In ogni caso, qualsiasi siano le difficoltà incontrate, ci sono degli argomenti sui quali tutti gli studenti si sono dovuti soffermare più di una volta, rileggendoli per capirli meglio, o, al contrario, alcuni argomenti che potrebbero essere stati involontariamente trascurati.
Il mio intento è proprio di rendere più chiari in particolare tre degli argomenti più chiesti nell’ambito di questo esame e, a mio avviso, di non così agevole comprensione.

La cautela sociniana, argomento da molti detestato, è uno di questi. La sua disciplina è in realtà molto più semplice di quello che sembra. Innanzitutto essa trova il suo fondamento all’articolo 550 c.c. e costituisce una deroga al principio secondo cui il testatore non può disporre a favore di terzi sulla quota di legittima (che spetta, appunto, agli eredi legittimari). Dunque, il testatore può ridurre la quota di legittima di un erede legittimario istituendo un usufrutto o una rendita sulla stessa (es: se il patrimonio è di 100 e il testatore dispone un legato di usufrutto pari a 70 riducendo così la quota che dovrebbe spettare, ad esempio, a suo figlio erede legittimario e che dovrebbe essere della metà, cioè cinquanta, secondo quanto previsto all’articolo 537 c.c.). Il legittimario si troverebbe ingiustamente nella condizione in cui vede ridursi la propria quota spettante lui per legge, ma allo stesso tempo come nudo proprietario acquisterebbe il doppio di quanto gli spetterebbe a titolo di legittima (sarebbe infatti proprietario dell’intero patrimonio, cioè 100). In questo caso eccezionale il legislatore nega la possibilità al legittimario di esperire azione di riduzione e gli consente o di accettare quanto deciso dal testatore e dunque diventare nudo proprietario dell’intero patrimonio, aspettando che termini l’usufrutto, oppure ottenere la propria quota di riserva che gli spetta ex articolo 537 c.c., cioè la metà, e lasciando a favore di colui che era stato istituito usufruttuario la restante parte del patrimonio, cioè l’altra metà.

Passando invece ai diritti reali, uno degli argomenti più sottovalutati, ma rilevanti al fine dell’esame riguarda uno dei modi di costituzione delle servitù prediali, ovvero quello regolato dall’articolo 1062 c.c.: la servitù per destinazione del padre di famiglia (non del “buon padre”, che molti tendono a confondere). Questo modo di costituzione riguarda in particolare le servitù apparenti, ossia quelle a cui sono destinate opere visibili e permanenti. Uno dei principi che vige in materia di servitù è proprio “nemini res sua servit”, secondo cui nessuno può essere al tempo stesso proprietario del fondo servente e di quello dominante, e perciò questo vale quando un medesimo soggetto sia proprietario di un fondo di cui una parte risulta asservita ad un’altra. Tuttavia se una delle parti (o la servente o la dominante), che facevano capo ad un medesimo proprietario, sia alienata ad un altro soggetto, allora potrà costituirsi servitù, in quanto vi saranno due distinti proprietari, e la servitù in particolare verrà costituita automaticamente all’atto della vendita (ex lege), purché l’atto di alienazione del fondo non preveda nulla in contrario.

Altro argomento che potrebbe suscitare qualche dubbio riguarda la parte sul matrimonio, in particolare il matrimonio putativo, regolato dall’articolo 128 c.c., e la cui disciplina non sempre risulta chiara a prima lettura. Sostanzialmente si tratta di un matrimonio che i coniugi ritenevano valido e che produrrà i suoi effetti finché non ne sarà pronunciata la sua nullità. A tal fine è necessario che i coniugi siano in buona fede, che si presume e deve sussistere solo al momento in cui il matrimonio viene effettivamente contratto. Gli effetti del matrimonio putativo si verificano anche quando il consenso dei coniugi sia stato estorto con violenza o determinato da timore di eccezionale gravità (timore di una conseguenza più grave), in quanto la loro volontà non si è liberamente formata. In ogni caso gli effetti del matrimonio putativo si produrranno sempre rispetto ai figli nati sia durante il matrimonio che prima della sentenza di nullità. Se tuttavia solo uno dei due coniugi fosse in buona fede o solo se la volontà di uno dei coniugi fosse stata estorta, solo per questo (e per i figli) saranno validi gli effetti del matrimonio. Se il matrimonio nullo è stato contratto da coniugi entrambi in mala fede, allora questo avrà effetto solo per i figli, anche nati da bigamia, ma non quelli nati da incesto, a meno che non siano riconosciuti dai genitori, ed in questo caso acquisiranno lo stato di figli naturali riconosciuti.

Nell’augurare buona fortuna ai ragazzi che stanno preparando l’esame, concludo dicendo che Diritto Privato è giustamente temuto per l’ampiezza del programma e la complessità di certi argomenti. Il consiglio che mi sento di dare a chi si appresta a sostenerlo, è di ripetere (poi ripetere, e poi ancora ripetere), in gruppi di due o tre persone. Studiare in compagnia rende piacevoli anche i concetti più ostici, aumenta la produttività e rende consapevoli degli argomenti sui quali bisogna soffermarsi. Per non parlare delle amicizie nate nelle pause studio, tra un caffè e una sigaretta ai marmi di Parenzo!

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