La balena che inghiotte

a cura di Cristina Milano

Negli ultimi giorni si sta parlando tanto del fenomeno “Blue Whale”, che ha sconvolto, raccapricciato, angosciato milioni e milioni di persone, le quali si sono trovate catapultate in un mondo da brividi.
Non ho voglia di fare discorsi moralisti o un’attenta analisi antropologica di questo “gioco” della morte, non mi sento in grado di trovare le parole adatte per descrivere l’indicibile follia della mente umana o, peggio ancora, elaborare un meccanismo di scaricabarile incolpando i genitori, come se il loro cuore non fosse già stato lacerato irrimediabilmente.
Ho deciso d’immaginare, di cercare di riprodurre questo meccanismo insano e perverso che si radica inesorabilmente nell’animo di una delle innumerevoli vittime russe della Balena che inghiotte, fagocita interamente, proprio come nella fiaba di Pinocchio. Fino al punto di non ritorno.
Ciao mamma, ciao papà,
Qua fa freddo. Sembra quasi il gelo di casa. Forse mi manca l’aria di città, l’odore del caffè la mattina, il vostro bacio del risveglio, i dolci della nonna, gli amici, ma soprattutto la scuola. Ricordate quanto amavo andare a scuola? “Una piccola coccinella curiosa” esclamavi sempre, mamma, una piccola coccinella che adorava scoprire cose nuove, comprendere sempre qualcosa in più di come funziona questo pazzo mondo.
Ed è stata la curiosità a portarmi dove sono adesso.
Non incolpatevi, mamma e papà, siete dei genitori meravigliosi, mi avete reso il ritratto della felicità. Della vostra felicità .
Ma Pandora ha aperto il vaso. E quel vaso conteneva la Balena blu.
La balena mi ha cullato e accarezzato sulla testa proprio come hai fatto tu, papà, sin dal primo istante; il fascino dell’ignoto e la voglia matta di giocare.
Mi svegliavo alle 4:20, la scuola non aveva più importanza, i curatori diventarono maestri di vita per me, le uniche persone capaci davvero di condurmi  ben presto a ciò che desideravo più di ogni altra cosa al mondo: diventare una balena.
Balene disegnate, balene dipinte su fogli neri, balene incise nel profondo della carne. E il dolore che accecava i sensi mi incitava a non mollare. Cinquanta i giorni per liberarsi e potermi finalmente abbandonare nelle Sue grinfie.
A penzoloni sul tetto del  palazzo più alto della città, guardavo il mondo sottostante, respirando aria che mi bruciava i polmoni; il mondo sembrava così insignificante dinanzi all’inesorabile maestosità del destino che mi aspettava.
Il  vento scalfiva le ferite aperte dalla lama del rasoio, ma c’erano ferite più profonde non visibili che annichilivano il cervello.
I curatori  imponevano di punirmi: mi punivo.
Mi ordinavano di stare muta: obbedivo.
Non mangiavo, non dormivo, la mia vita era ormai scandita da quella serie di regole che dovevo meticolosamente rispettare giorno per giorno, pena minacce. Non potevo lasciare che vi potessero far del male, voi che da sempre siete stati il faro capace di illuminare la mia notte.
Ma la notte sta finendo per lasciare il posto ad una nuova alba.
Il mio corpo si sta già trasformando, sento che la vetta è ormai vicina.
Sono sul tetto del mondo, sulla cima dell’universo e non mi resta che compiere l’ultimo passo, lo scacco matto del gioco della vita.
Mi getto nel vuoto, assaporando ogni minima particella di questa realtà che mi aveva sempre affascinato, ma che ormai andava superata.
È l’asfalto freddo ad interrompere i miei pensieri.
Finalmente sono io la balena.
Ma poi vi vedo arrivare correndo: mamma, perché piangi? Papà, accarezzami un’altra volta come sai fare solo tu, infilando le dita nei miei lunghi capelli biondi, adesso insudiciati dal sangue.
“Perché?” gridi in lacrime, papà. Perché…
In un lampo di lucidità forse comprendo finalemente di non esser stata io a diventare una balena: è la balena ad avermi inghiottito e ad aver spietatamente divorato tutto ciò che restava di me.
Ero vostra figlia.
Ora non so più chi sono.

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