“Eroi” a chi?

a cura di Claudiana Barella

 

 

Sono oramai venticinque anni che ogni 23 maggio e 19 luglio ci apprestiamo a celebrare la vita, il ricordo e la carriera, rispettivamente di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Si sprecano gli eventi, i progetti, i discorsi, i film, i programmi, gli hashtag -nei tempi più recenti- sviluppati per far risuonare al massimo queste giornate.
Un fenomeno, questo, tanto contestato quanto ritenuto utile.
Criticato per l’inevitabile costituirsi di un fomento occasionale e fine a se stesso che certe ricorrenze portano appresso
Utile per far conoscere e ricordare, a coloro i quali, come me, non hanno vissuto quegli anni, due delle figure più importanti della lotta a “Cosa Nostra” che il nostro Paese abbia visto.

Per ogni commemorazione, ogni celebrazione di queste giornate, abbiamo un’occasione per parlarne di più, saperne di più, approfondire di più. Attività, tuttavia, che sarebbe banale circoscrivere a queste due ricorrenze dell’anno: aderire con fervore a tali iniziative di categoria diventa quasi un obbligo sociale.

Molto spesso capita di estremizzare le figure di Falcone, Borsellino, il generale Dalla Chiesa, Boris Giuliano tra gli altri: la loro instancabile attività di uomini di Stato viene o innalzata alla battaglia di Davide contro Golia o amaramente paragonata a quella dei Trecento di Leonida alle Termopili, uomini forti e valorosi ma aggirati dalla legge del più forte.
Eppure chi li conosceva più o meno direttamente tiene a ricordare che essi erano “sicuramente dei fuoriclasse, ma nella quotidianità erano anche persone normali, che si impegnavano e facevano il proprio dovere. Quello che dovrebbe fare ognuno di noi” come ricorda l’attuale Presidente del Senato Pietro Grasso, ex magistrato, nominato nel 1985 giudice a latere del Maxiprocesso.
Ciò che spesso infatti non capiamo, o non vogliamo capire, è che l’azione di ciascuno di noi è funzionale alla lotta contro determinati schemi e logiche sociali che favoriscono il proliferare e il consolidarsi di atteggiamenti di stampo mafioso.
Non capiamo, o non vogliamo capire, che solo la conoscenza critica e approfondita dei fatti passati può migliorare il nostro futuro, quel futuro che tanto sogniamo ed esaltiamo.
Non capiamo, o non vogliamo capire, che l’amore per l’ideale deve essere necessariamente accompagnato da un forte e pragmatico senso del dovere per essere proficuo.

Solo così, infatti, possiamo rendere onore alla memoria di quanti hanno sacrificato la loro vita in nome dell’adempimento del dovere, affinché continuino ad evolversi positivamente le idee che hanno instillato negli animi di tutti, ma proprio tutti noi.

 

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