La (ri)nascita dell’Europa: dal 1957 ad oggi

a cura di Giovanna Trovato

 

Sono trascorsi 60 anni da quando sei Paesi, sottoscrivendo i due Trattati di Roma, istituirono la Comunità economica europea (CEE) e la Comunità europea dell’energia atomica (CEEA); esattamente il 25 marzo 1957. Data memorabile e decisiva per quella che sarebbe stata la nascita dell’Unione Europea, attraverso il Trattato di Maastricht, firmato il 7 febbraio 1992 ed entrato in vigore il 1° novembre 1993. Dopo la sottoscrizione dei Trattati di Roma, il nuovo organismo della CEE -come suggerisce il nome- avrebbe avuto un ruolo prevalentemente economico; era, infatti, finalizzato a promuovere un mercato comune, libero e non più ostacolato da restrizioni, quali i dazi doganali, ed era volto ad assicurare l’unità economica. Il compito della CEEA, invece, era quello di assicurare l’utilizzo dell’energia nucleare per scopi pacifici, il cui trattato è ancora vigente.

Al sessantesimo anniversario dei Trattati sono stati invitati a Roma tutti i vertici degli Stati membri; c’erano tutti, tutti tranne il Regno Unito, data la recente Brexit; una novità per l’Unione ed un effetto della disgregazione in atto da tempo. L’Unione, infatti, sembra sgretolarsi sempre più: prima il Regno Unito e adesso nemmeno Danimarca, Paesi Bassi, Francia, Austria e altri Paesi sono più convinti come un tempo di fare parte dell’UE. Per non parlare, poi, della Grecia. E pensare che agli occhi di tutto il mondo, diversi decenni fa, l’Europa era concepita come un unico blocco di Stati alla pari e gli europei erano concittadini: era mèta auspicata dai più sfortunati, spesso in fuga dai loro Paesi in guerra o semplicemente che venivano a cercar “fortuna” qui da “noi”. “Noi”. Il “noi” ormai è una parola grossa.

Forse, in questa realtà europea esiste solo il “voi”, e in particolare quando si tratta di scaricare responsabilità e problemi di cui occuparsi, come l’immigrazione; esiste l’ “Io” di ogni Stato che tenta e pretende di acquisire un potere centralizzato, per non essere declassato quasi a regione, con ruolo marginale: forse è questo il motivo della disgregazione. Se mi chiedessero se mi sento, da italiana, una cittadina europea, la risposta non sarebbe uno scontato e secco “Sì”. Lo sarebbe, probabilmente, solo per certi aspetti: Sì, perchè l’Unione si fa sentire vicina, soprattutto con noi studenti, con finanziamenti e progetti, in particolare riguardo a scambi culturali, stages, esperienze lavorative; Sì, perchè si avverte la presenza dell’Unione quando si tratta di mantenere una pacifica convivenza, di non ricorrere alle armi, se non per difendere i propri cittadini; in breve, per il sociale, lo sviluppo della persona e la cultura, allora Sì. Però, appena si volge lo sguardo verso altre tematiche di tipo politico, economico, cominciano gli asti: è così tra singole persone, figuriamoci tra Stati. Il problema è allora il seguente: siamo mai stati un’ Unione? Al momento della nascita della stessa, le ferite erano ancora aperte a causa dei conflitti mondiali, quindi sembrava non lo fossimo in toto; dopo la “cicatrizzazione” di quelle ferite, l’Unione ha attraversato fasi di grande sviluppo, ha visto farne parte sempre più Stati, per ultimo la Croazia, 28esimo Paese dell’UE; sembrava che avessimo realmente raggiunto quell’unità, ma adesso, dopo tanto sviluppo, dopo il boom economico degli scorsi decenni, gli Stati membri appaiono come “in pausa di riflessione”: tutti riflettono se lasciare l’Unione o rimanervi.

A questo punto c’è da chiedersi se, dopo l’attuale momento di crisi, seguirà una rinascita, per il famoso assunto “l’Unione fa la forza”, oppure continuerà ad essere un’Europa cui mancheranno sempre più tasselli.

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