Se non ora, quando?

a cura di Francesco Paolo Volpe

 

La costituzione sarà gradualmente perfezionata; e resterà la base definitiva della vita costituzionale italiana. Noi stessi – e i nostri figli – rimedieremo alle lacune e ai difetti, che esistono, e sono inevitabili. […] Difetti ve ne sono; vi sono lacune e più ancora esuberanze; vi sono incertezze in dati punti; […] Noi, prima di tutti, ne riconosciamo le imperfezioni”. Si – e i nostri figli – rimedieremo alle lacune e ai difetti, che esistono, e sono inevitabili. […] Difetti ve ne sono; vi sono lacune e più ancora esuberanze; vi sono incertezze in dati punti; […] Noi, prima di tutti, ne riconosciamo le imperfezioni”. Citava così Meuccio Ruini, presidente della Commissione, durante le votazioni finali per approvare la Costituzione. Ebbene, tra qualche giorno, dopo circa 70 anni, il popolo sarà chiamato a votare su una riforma che cerca proprio di colmare quelle lacune, dettate nel 1947 da ragioni storiche, in un’Italia che abbandonava la Seconda Guerra Mondiale con lo spettro ancora del fascismo, in parte rappresentato dall’assetto istituzionale di quell’epoca; oggi però quelle motivazioni, che dettarono la scelta del bicameralismo perfetto, con un Senato identico alla Camera dei Deputati, non hanno più ragione di esistere.

Ecco, è proprio il superamento del bicameralismo perfetto uno dei principali motivi per cui dire Sì a questa riforma: come nel 1947, anche stavolta vi è stato il lungo dibattito sul ruolo del Senato e sulle conseguenze dell’inter legis, che ha visto la scelta di istituire una camera rappresentativa del decentramento amministrativo, con la riduzione dei senatori da 315 a 100, e due consiglieri regionali e un sindaco rappresentativi del proprio territorio, come sancito dall’art. 57. Ma facciamo una precisazione: il fatto che i soggetti facenti parte della seconda camera vengano nominati dal Consiglio Regionale non è una sottrazione alla democrazia diretta, se si considera che, nonostante il rinvio a legge ordinaria sulle modalità di scelta, vi è già l’idea di far esprimere ai cittadini, durante l’elezione amministrativa regionale, la preferenza sul consigliere da inviare a palazzo Madama.

Il nuovo Senato, che ora verrà identificato come “camera bassa”, ha delle ripercussioni sul potere legislativo nel nostro ordinamento: tale funzione sarà totale per la Camera dei Deputati, ma non esclusiva, poiché l’art. 70, più volte richiamato perché eccessivamente lungo (perché preciso, senza lasciare grande spazio a interpretazioni) lascia uno spazio anche al Senato, prevedendo per alcune materie ancora un’approvazione di entrambe le camere, e la possibilità di richiedere per le altre una modifica, con facoltà della Camera di accoglierle e di discuterne entro venti giorni (dunque limiti temporali ben definiti): si passa da due passaggi identici a tre passaggi eventuali.

Altro punto a favore è sicuramente la modifica del titolo V, da anni oggetto di dibattito, non risolto dalla Legge Bassanini, che anzi ha portato a più confusione. Oltre alla scomparsa delle province (ottimo sotto anche l’aspetto burocratico) vi è quella della competenza concorrente, con una linea di demarcazione tra materie statali e regionali e la possibilità di intervento dello stato nelle materia con forte interesse pubblico: l’esempio più richiamato è quello della sanità, poiché di regione in regione si assiste a scenari diversi su questo campo, dalla condizione degli ospedali ai prezzi dei mediciali, che con ala riforma non sussisterà più, diventando materia di competenza statale.

E ancora, l’introduzione del referendum propositivo e la possibilità, in quello abrogativo, di abbassare il quorum di validità in caso di raggiungimento di 800mila firme (dal 50+1 degli aventi diritto al 50+1 degli ultimi votanti alle elezioni politiche), l’innalzamento delle firme per le leggi di iniziativa popolare (150mila) compensato con l’obbligo della Camera di tenerne in considerazione (cosa non prevista precedentemente, con leggi di iniziativa popolare perse tra i corridoi parlamentari), l’abolizione del CNEL (ente considerato inutile) e molto altro.

In conclusione, cosa garantisce davvero questa riforma?

Sicuramente maggiore velocità negli iter legislativi (considerando i pochi casi in cui si può avere l’intervento di entrambe le camere), tempi ben definiti in molti ambiti, chiarezza sul Titolo V, riduzione dei costi data dal nuovo Senato (i consiglieri-senatori non percepiranno stipendio e nemmeno indennità), maggiore stabilità politica, se si considera che sarà la sola Camera dei Deputati a dare la fiducia (negli ultimi anni ci sono state molte situazioni di rischio o mancata fiducia in una camera).

La riforma poteva essere fatta meglio, essendo, come quella del 1948, un compromesso politico, ma rappresenta comunque un’evoluzione rispetto all’attuale, e un avvicinamento rispetto agli assetti istituzionali europei, colmando quell’imperfezione del bicameralismo perfetto che è unica al mondo.

E allora il 4 Dicembre non sarà di certo un voto sul Governo o su Renzi, al di là di ogni personalizzazione, ma un voto per fare quel passo in più che fino ad ora non è stato fatto, ma solo richiesto o proposto, e che difficilmente vi potrà essere nei prossimi anni: se non ora, dunque, quando?

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