Il cambiamento non è sempre positivo, è questa la grande illusione di oggi.

a cura di Mario Leone

 

Domani, 4 Dicembre 2016, saremo chiamati a votare per decidere se confermare o rigettare la proposta di Riforma Costituzionale approvata in via definitiva il 12 aprile 2016. Il dibattito è acceso al punto tale da far scivolare in secondo piano un evento di portata europea, quale la tempesta finanziaria che si sta abbattendo sulle banche italiane ed europee, segno premonitore di una crisi sistemica (vedi 2008). Oggigiorno seguendo l’importante vicenda sui mass-media, ascoltando le tesi dei vari politici, economisti, docenti etc. salta agli occhi l’estrema banalità in cui traccheggia il dibattito politico costituzionale, annoverando tesi vetuste e che nulla aggiungono o accrescono al dibattito nel merito; anzi, non si è mai entrati nel merito vero e proprio. Eppure basterebbe prendere in mano la carta costituzionale e la riforma Boschi per consentire una lucida analisi analisi critico giuridica del testo nudo. Analisi che consente di carpire le novità ivi contenute al di là del giudizio personale e che consente di distinguere la realtà della riforma dalla vanesia voluttà degli slogan propagandistici, siano essi a favore o avverso. Il DDL Boschi-Renzi si propone di cambiare profondamente la Costituzione nel suo iter legislativo, portando a significativi cambiamenti. Qui mi soffermerò sui punti più importanti della Riforma e sul perché, a mio modesto parere, occorra votare NO.
La riforma mira a snellire il Procedimento legislativo e a rimodulare le competenze tra Stato e Regioni e già qui troviamo il primo problema, cioè la mancanza di una visione organica della Costituzione. A mio parere ha poco senso accentrare le competenze allo Stato togliendole alle Regioni e formare una Camera delle Autonomie, per il semplice motivo che si torna allo Stato Centrale e si eliminano 15 anni di Giurisprudenza della Corte Costituzionale in materia;
il Nuovo Testo, infatti, prevede il superamento del Bicameralismo perfetto attraverso l’istituzione della camera delle Regioni rappresentante le autonomie locali ed il Senato sarà composto da 100 membri tra Sindaci e Consiglieri Regionali. Precisamente sarà composto da 74 Consiglieri Regionali e 21 Sindaci. 
Già qui notiamo il primo Problema; il Sindaco che è un organo esecutivo diventa legislatore, facendo saltare la divisione dei poteri. I consigli regionali dovranno nominare chi dei loro andrà a sedersi in Senato. Questo sistema elettorale lo abbiamo già per le Città metropolitane e per le Provincie e se chiediamo a chiunque se conosca non tanto i consiglieri, ma il Presidente della propria Provincia, quasi nessuno ci saprà dire il nome. Non solo, questa riforma è nata per garantire stabilità e creare un Senato che cambi composizione ad ogni consultazione regionale non la assicura un granchè. 
L’art. 70 cita ” Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva.“, quindi se qualcuno vuole rallentare l’iter potrà farlo sempre e la stabilità (non intendo solo quella governativa, ma quella più ampia di maggioranze uniformi in parlamento) e la velocità, non vengono garantite. 
Ricordo che il Parlamento italiano è, per quanto riguarda il numero di leggi approvato, quello che ne ha approvate in Europa dopo quello tedesco, con una media di 52 giorni. Le leggi non passano, non perché c’è il Bicameralismo Perfetto, ma perché non c’è la volontà politica. Vedo che in molti fanno gli esempi della legge sul conflitto di interessi che è ferma da tempo in parlamento ecc. La domanda che vi dovete porre non è se è colpa dell’iter parlamentare, ma se qualcuno la vuole veramente approvare. Perché se manca la volontà politica nessuna legge verrà mai approvata.
Non è importante la quantità delle leggi, ma la qualità, che può essere garantita soltanto dai membri del parlamento, non dalle modalità di approvazione.
Il nuovo art. 72, invece, garantisce un potere molto forte al Governo, cioè quello di poter stabilire l’Ordine del Giorno del Parlamento e i tempi di approvazione delle leggi. Il problema è che in questo modo il confine tra organo esecutivo e legislativo diviene sempre più sottile, perché viene lesa la libera autodeterminazione del Parlamento. Ricordiamoci che la divisione di questi due poteri è fondata sui principi del dialogo e del controllo, ma se io faccio venire meno la possibilità di decidere gli ordini del giorno da parte del Parlamento creo un grande problema. È vero che vengono limitati i campi di azione del Decreto legge, ma viene anche attribuito al Governo un potere equivalente, se non più forte.
Altra criticità riguarda il Presidente della Repubblica. Viene cambiato il corpo elettorale con la sparizione dei delegati regionali, viene innalzato il quorum che prevede, dal quarto scrutinio, la maggioranza dei 3/5 dell’assemblea, quorum che cambia poi dal settimo scrutinio, non richiedendo più la maggioranza determinata dell’assemblea, bensì dei votanti. Da ciò emerge il pericolo di una votazione condotta da un ristretto numero di votanti, quasi costituenti un’oligarchia, al contrario di quanto previsto dalla vecchia Assemblea Costituente, con il fine di allargare il più possibile il consenso intorno al PdR. Ricorda la dottrina che il ruolo del PdR basa la sua legittimità sulla base elettiva parlamentare anziché popolare. Ne consegue che, sempre secondo la migliore dottrina, si possa definirla come una “legittimità a fattispecie progressiva”, ossia una legittimità che basa la sua crescita a seconda dell’operato del PdR. Sempre la dottrina suggerisce, per bilanciare la carenza di legittimità, dei quorum specifici basati sull’assemblea e non sui votanti, proprio al fine di raccogliere intorno alla figura del PdR il maggiore consenso, e quindi maggiore legittimità possibile.
Il Presidente della Repubblica, inoltre, ai sensi dell’art 135 Cost., nomina 5 componenti della Corte Costituzionale. Questo potere è stato conferitogli dai padri costituenti per bilanciare, attraverso queste nomine, la composizione della Corte che, ricordiamo, è composta da altri 10 giudici nominati a loro volta dalla Magistratura e dal Parlamento. Ma se il rischio presentato sopra dovesse concretizzarsi potrebbe verificarsi una situazione istituzionale paradossale, in cui il segretario di un partito può nominare tutti i contrappesi previsti dalla Carta Costituzionale, ossia Presidente della Repubblica, Giudici della Corte Costituzionale e Presidente del CSM. In poche parole, i controllati nominano i controllori. Come la Storia Repubblicana insegna, sono stati numerosi i casi di Presidenti eletti dopo il settimo scrutinio: Antonio Segni al 9°, Giuseppe Saragat al 21°, Giovanni Leone al 23°, Sandro Pertini al 16°, Oscar Luigi Scalfaro al 16°. Su 12 Presidenti, 5 sono stati eletti dopo il settimo scrutinio. Possiamo quindi dedurre, che il rischio è reale e non immaginario.
Altro elemento di criticità riguarda l’art 64, 2° comma, che prevede l’introduzione del c.d. “Statuto delle Opposizioni”, recita così l’articolo:
“I regolamenti delle Camere garantiscono i diritti delle minoranze parlamentari. Il regolamento della Camera dei deputati disciplina lo statuto delle opposizioni.”
La criticità riguarda il fatto che non vengono però specificate le modalità di approvazione dello Statuto, che ad una prima lettura sembrerebbe essere a panaggio della maggioranza del parlamento, togliendo quindi uno strumento fondamentale alle opposizioni.

 

Sicuramente le conseguenze che porterà il risultato del Referendum di domani saranno importanti per la vita del Paese. Certo, data la profondità e l’importanza delle riforme proposte sarebbe stato meglio votare punto per punto, come è stato proposto da alcuni, ma i nostri nuovi padri costituenti non lo hanno permesso. Nella riforma ci sono molti punti innovativi, che io apprezzo molto, come le novità in tema di Referendum ecc. Per quanto riguarda invece l’assetto legislativo e dei poteri dello Stato, io sono contrario. Innanzitutto non si è superato il Bicameralismo perfetto, e ciò è stato ampiamente motivato sopra. Ma non solo, la motivazione addotta da più, da tempi immemori, per riformare la Costituzione, a mio giudizio, è fallace. Questa si basa sul fatto che in Italia il processo legislativo è lento e poco incisivo a causa dell’impianto costituzionale, che non garantisce stabilità e maggioranze necessarie per riformare molti settori dello Stato. I dati, però, raccontano un’altra storia:

Noi siamo il secondo paese, tra i Big 5 europei, che hanno approvato più leggi. Quindi non è vero che il parlamento in questi anni non abbia legiferato abbastanza. Anzi, una delle maggiori critiche da sempre mossa contro lo Stato italiano è l’eccessiva presenza di leggi e normative, che hanno avuto come conseguenza la creazione di un apparato burocratico abnorme e ingestibile. Al massimo, a mio modesto avviso, si può sostenere che il Parlamento non abbia lavorato ed inciso abbastanza a causa delle maggioranze molto eterogenee, ma questo è il vulnus della democrazia. Inoltre, ricordiamo che di pari passo con la Riforma Costituzionale è stata anche approvata la nuova legge elettorale, l’Italicum, di cui è altrettanto importante discutere, che assegna un premio di maggioranza importante alla lista che risulta vincente alle elezioni. Questo premio di maggioranza che scatterebbe in due casi: 1) la lista supera il 40% al primo turno o 2) vince il ballottaggio; questo premio è assegnato per garantire la “Governabilità”. Ma la governabilità non può essere un punto fondamentale tra i motivi che portano ad una riforma della Costituzione, che cambia l’assetto dello Stato. Mi soffermo maggiormente sul perché: lamentela comune tra la popolazione è il distacco tra parlamentari e governanti e i cittadini. Ciò è avvenuto subito dopo Tangentopoli che, attraverso le innumerevoli indagini nei confronti dell’arco politico italiano, per lo più nei confronti dei partiti c.d. “filo-governativi”, ha comportato lo scioglimento di tutti i partiti di governo e ha creato uno spazio enorme nel quale si è inserito l’ex Presidente Silvio Berlusconi. Egli ebbe una grande intuizione: era finito il tempo dei partiti, era cominciato quello dei Leader. Infatti adottò una forma di partito patronale, ma soprattutto introdusse nella sfera politica il cosiddetto “leaderismo”, la votazione del leader del partito. Prima di lui si votava DC, PCI, PSI ecc…, ad oggi viene più naturale associare un partito al proprio leader, dunque si vota Berlusconi, Prodi, Bersani, Renzi ecc. Di conseguenza i partiti sono andati via via decadendo, perché il posto da parlamentare non veniva più garantito a chi aveva una rappresentanza, ma a chi era più vicino alla corrente del segretario/presidente. Questo fenomeno è stato maggiormente accentuato dopo l’introduzione del c.d. Porcellum, che prevedeva i c.d. listini bloccati.
Non a caso anche il PD che è l’unico partito ad avere ancora un importante apparato giovanile ha visto le iscrizioni crollare. La governabilità non è altro che spostare il baricentro delle decisioni dai partiti, e quindi dal parlamento, al Governo. Si può essere d’accordo o meno, ma questo è il succo. Storicamente in Italia abbiamo avuto numerosissimi governi, l’unico momento di “Governabilità” è stato il ventennio, e mi sembra che ne abbiamo tratto più danni che benefici. Anche perché, aggiungo, la fiducia la darà sempre la Camera, e se minimamente si presenteranno dei problemi all’interno della maggioranza, gli inciuci saranno sempre lì. Ma questo semplicemente perché siamo una Repubblica Parlamentare. Il problema della Governabilità è, era e sarà sempre, una questione politica. Le riforme più importanti del nostro paese le abbiamo avute quando avevamo dei partiti forti, con governi molto deboli, se così possiamo definirli, anche perché i membri del Governo erano sempre gli stessi, cambiavano solamente i Dicasteri. Analizzando poi l’assetto Europeo, possiamo facilmente osservare che in molti paesi dell’Europa ci sono Governi di larghe coalizioni, in primis la Germania, ma nessuno si lamenta della “Governabilità”. Per me più c’è dibattito, più c’è democrazia, quindi o si separano le due cose all’Americana oppure si rimette il Parlamento al suo posto, cioè al centro del sistema Democratico.

Il Bicameralismo perfetto deve essere superato a mio parere imitando in questo gli americani, attraverso l’introduzione di una commissione di conciliazione (conference committee), mista e paritetica, incaricata di trovare un compromesso. Nel Parlamento americano il classico sistema di navette delle letture alternate dei due rami è, quindi, solo una delle procedure possibili per approvare il testo legislativo.

La riforma costituzionale trova le sue radici nei continui richiami e solleciti dell’Unione Europea a rendere il paese più snello ed efficiente. In questo discorso, ciò che è a mio parere assurdo, è che un organo da tutti criticato per la carenza legittimità democratica, solleciti un Governo ed un Parlamento, a piena legittimità democratica, di riformare la Costituzione. In più, vorrei sottoporre a chi leggerà questo articolo, che la Riforma Costituzionale non è solo voluta dai partiti e dall’UE, ma anche da importanti istituti finanziari come la JP Morgan, la quale in una lettera ai suoi azionisti scrisse:

“I sistemi politici e costituzionali del sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia).”

Per dovere di cronaca devo ricordare che la banca sopra citata è stata tra le protagoniste dei progetti della finanza creativa e quindi della crisi dei subprime che dal 2008. Fino a essere stata formalmente denunciata nel 2012 dal governo federale americano come responsabile della crisi, in particolare per l’acquisto della banca d’investimento Bear Sterns.

In conclusione, permettendomi di esprimere la mia opinione personale in merito io voterò NO. Un No convinto e non basato su prese di posizione politiche, economiche o sociali. Bensì un no puro, “giuridico”, se mi consentite l’espressione. Un no basato sulle mie più intime convinzione nate dai miei anni di studi sui testi giuridici. Un no consapevole e maturato nel tempo. La mia opinione non deve essere fraintesa come un invito a prendere una posizione a favore o contrari alla riforma. Reputo molto più importante invitare tutti a basare le proprie informazioni sui “nudi testi” per determinare in sé una propria idea, una propria interpretazione giusta o sbagliata che sia. Non permettete che altri vi privino del privilegio/dovere di pensare e riflettere arrogandolo a sé.

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