Allarme informazioni tossiche: quando alimenti lo smog e non lo sai.

a cura di Mariateresa Ravidà

 

Lo scorso martedì 29 Novembre, la sala della Lupa, presso Palazzo Montecitorio, ha ospitato il convegno “non è vero: ma ci credo! Vita, morte e miracoli di una falsa notizia”.

All’attenzione del pubblico, il fenomeno delle bufale: informazioni false e menzognere che sempre più sovente affollano piattaforme di social network, siti internet e testate di quotidiani, persino le più autorevoli.

Moderato da Paolo Attivissimo, volto noto del giornalismo informatico ed introdotto da Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati, il dibattito si alimenta degli autorevoli interventi di Enzo Iacopino, presidente dell’ordine nazionale dei giornalisti, Ida Colucci, direttrice del tg2, Giovanni Artiere, docente in sociologia dei media digitali, Walter Quattrociocchi, direttore del laboratorio “computation social science “ di Lucca, Raffaele Lo Russo, segretario generale FNSI,e Luca Sofri, direttore de “il Post”.

“Ho segnalato alle autorità competenti, i nominativi di individui che continuano a bersagliare la mia persona, recapitandomi messaggi triviali ed offensivi e diffondendo notizie infamanti sul mio conto.”

Questo l’appello della Presidente della Camera Laura Boldrini, all’apertura dell’incontro. E prosegue: “nella giornata di domani, incontrerò i vertici di Facebook, per proporre forme di collaborazione dirette a contenere le ondate di violenza verbale e di informazioni fasulle che si propagano senza freno sulla piattaforma virtuale. “

La viralissima bufala sulla tassazione della carne di maiale che la vide protagonista, è solo una, tra le tante in circolazione. Si pensi al burqua obbligatorio per le donne italiane, o alla soppressione dei festeggiamenti natalizi nelle scuole elementari, a tutela della minoranza mussulmana. Si pensi alla non lontana magnitudo truccata dallo Stato, alle matite che ieri, con una certa ciclicità storica, sarebbero state truccate dal Governo per manovrare gli esiti referendari.

Ma quali sono, i motivi per cui crediamo così spesso alle bufale?

La risposta, più complessa del prevedibile, ci è data dall’Oxford English Dictionary, che ha eletto parola dell’anno “post-thruth”, ossia: “verità successiva”.

Studi non troppo recenti, rivelano che a convincere qualcuno circa la veridicità di un fatto, non sarebbero tanto i dati oggettivi rispetto allo stesso, quanto piuttosto le “emozioni” e “credenze personali” già sedimentate nella persona, rispetto al fatto. A spingere verso la trappola della falsa notizia, sarebbe dunque la propensione dell’uomo contemporaneo verso il “giudizio di conferma”, che consiste nel dare per vero un fatto, sol che questo “confermi” convincimenti personali. Si crede dunque a qualsiasi cosa che accenda, infervori, assecondi stati d’animo e sentimenti  già presenti nell’ uditore. 

Alzi la mano chi, a fronte di una diagnosi errata del proprio medico, o delle infinite attese presso le strutture ospedaliere, non abbia mai concluso che la sanità Italiana faccia schifo.

Alzi la mano chi, avvilito per l’indifferentismo italiano per la politica, non abbia mai gridato alla piaga dell’astensionismo.

Rimarreste sorpresi nello scoprire che la classe medica italiana è tra le migliori tre su scala mondiale, e che sulla nostra penisola, si registra uno tra i più alti tassi di affluenza alle urne. E non parliamo solo del Referendum di ieri.

La bufala, in conclusione, trova terreno fertile nella nostra ristrettezza di vedute e vulnerabilità emotiva: elementi prevalenti, per portata persuasiva, sull’analisi scientifica del fatto storico.

Ma ecco il dato più allarmante di tutti: nell’anno 2016, per la prima volta nella storia, la fonte principale di informazione per l’utenza nazionale è stata proprio Facebook, scavalcando, seppur di pochissimo, la fonte telegiornalistica e quella del giornalismo cartaceo. Da qui, il proliferare dei padri delle bufale, criminali del web, che continuano ad investire in veri e propri business di false notizie.

A sanzionare questi crimini, sono organismi costituiti da professionisti che svolgono, in collaborazione con Autorità Indipendenti, attività informatica di “debunking”, ossia di smascheramento della falsa notizia.

Quali le vittime?

Spaziano dal lavoratore leso nella propria “web reputation”, alla vittima del “provocato timore”, al diffamato o calunniato, e, specie rispetto alla comunicazione politica, a quel complesso di altisonanti valori e tutele che porta il nome di democrazia: un’isola felice che, per non sprofondare negli abissi, è opportuno regga sulle compatte sabbie della corretta informazione.

Rispetto alla richiesta di collaborazione anti-odio, inoltrata dalla Boldrini ai vertici Facebook, ci si chiede se sia davvero giusto imputare indirettamente la responsabilità di questi fatti ignobili ad una piattaforma virtuale, bypassando responsabilità più pesanti, quali quella dei suddetti criminali del web. C’è chi ipotizza la possibilità di realizzare sistemi di debunkng informatizzati. Ma ancora, è davvero ragionevole delegare la soluzione dei fatti a un algoritmo? Oltre che inattuabile, per le complessità tecnico informatiche che comporterebbe un sistema di tal tipo, la proposta appare irresponsabile.

Fanali della colpevolezza, tutti puntati sul criminale del web, dunque? avvezzo fruitore del linguaggio dell’odio, manipolatore attento di temi rispetto a cui la pubblica opinione è sensibile?

No. O quanto meno, non solo. Non manca chi contesti alla Presidente della Camera, che per render credibile la propria campagna anti-odio, sarebbe opportuno che la classe politica in primis, in qualità di istituzione, prima che vittima di violenza verbale e bufale di ogni sorta, si mobilitasse concretamente, nel senso di rendersi esempio autorevole di contrasto ai sentimenti di ira ed odio. Ad esempio, accostandosi al confronto leale,al  dialogo costruttivo, alla dialettica genuina, al dibattito composto e non aggressivo, al rispetto per l’interlocutore e le posizioni assunte.

Come potrebbero pretendersi dal cittadino, criminale del web, un comportamento diverso da quello assunto con così frequente disinvoltura da una Istituzione?

Si potrebbe tuttavia contestare che le generalizzazioni siano sempre errate, e che il  personaggio politico irruente “faccia notizia”. Che sia lo scandalo, la sconcezza, e la teatralità di bassa lega a far parlar di sè, e balzare dunque ad onor di cronaca.

Ed ecco il pomo della vergogna, fluttuare dal politico sgarbato al giornalista di turno, autore o compartecipe della violenza verbale che andrà a perpetrare ed incoraggiare, spiattellando in prima pagina titoli scandalosi rispetto a quanto assistito.

Ma in questa forsennata ricerca del colpevole, in quest’arena così affollata, la fitta zuffa che si scatena tra piattaforme Facebook, politici, criminali del web e giornalisti, culmina con uno scocco del gong , segnato dalla messa a tappeto di un responsabile indiscusso che , inosservato e furtivo, si aggira dietro le quinte.

Si tratta di lui: l’utente, l’assuntore della notizia, l’uomo comune. Quell’uomo comune che si aggrega all’uomo comune fino a formare il pubblico di consumatori: un mostro occulto, che nel silenzio generale mette in ginocchio, colpo dopo colpo, la nostra libertà di pensiero e buona educazione. É costui, che imputridisce la nostra democrazia, inquinando la fonte di cui la stessa si alimenta: il canale informativo.

Alla fin fine, tutti i responsabili contro cui puntiamo il dito, hanno un minimo comune denominatore: rispondono alla logica di mercato ,che fa leva sulla natura del consumatore.

Ma attenzione! Consumare una notizia, negli anni 2000, non significa solo acquistare un quotidiano, sintonizzarsi su una frequenza.

Significa assumerla per vera, senza sottoporla a vaglio critico, significa propagarla con qualsiasi mezzo, condividerla. Significa cadere nella trappola di esserne attratti e di ricercare la notizia effetto, la notizia malvagia, la notizia scandalosa, quella che fa ribollire tutti gli impeti più insani.

Pensate ai temi oggetto delle bufale: spesso sono prodotto di mera goliardia,certamente;  ma di sovente, ripetiamo, si tratta di business. Investimenti di chi specula su temi, rispetto a cui la pubblica opinione è sensibile: razzismo, mala sanità, scandali della politica.

Quali gli effetti prodotti ? Eccitare odio, accendere intolleranze, risollevare polemiche. Tutta carne sul fuoco,dunque, per una classe di consumatori vittima del post-thruth e avvezza alla logica della violenza verbale.

Alcuni studi definiscono, quella dell’epoca risalente, una socializzazione “per schieramenti”. I toni accesissimi della campagna referendaria appena conclusa ne sono un esempio.

Trattasi di una forma di socializzazione che si struttura sulla polarizzazione delle idee contrapposte. Gli atteggiamenti tipici della stessa sono due. Il primo, si conversa prevalentemente con chi è parte del proprio schieramento o linea di pensiero, compiacendo se stessi del provocato effetto “cassa di risonanza”. E così, ci si schianta al suolo, imboccando la strada del dialogo a senso unico e dell’angustia di vedute.

Il secondo atteggiamento, consiste nel “parlare per convincere”. Si è perso il desiderio di conversare per arricchirsi del confronto, quel sentimento di umiltà intellettuale che non stenta a mettersi in discussione, ad aprirsi all’ascolto e all’accoglimento dell’alterità ,in seno ad una dialettica propositiva.

Chiunque voglia un’informazione vera e non sensazionalistica, sostenitrice di idee piuttosto che procacciatrice di business della malignità, è bene che si auto attribuisca la giusta dose di responsabilità, per quanto “consumato” in edicola, nelle piazze, come su Facebook. Chiunque assuma una notizia come vera presso il proprio interlocutore, indipendentemente dal canale comunicativo adottato, risponde dell’attendibilità della stessa.

Che si contrasti dunque la violenza verbale, ed i suoi abusi , dall’interno, ricorrendo ad uno scetticismo sano su cui fondare sistemi di comunicazione degni di un contesto civile.

Per esempio, quando siamo parte di un confronto, educhiamoci ad esprimere il nostro disaccordo rispetto ad argomentazioni, piuttosto che a persone:

“questa tesi è illogica” piuttosto che “tu non capisci nulla”

“quel che dici è offensivo” piuttosto che “sei un cafone”.

Il debunking, come atto di contrasto alla violenza verbale in tutte le sue forme, (che trattasi di bufala, demagogia politica, disinformazione condivisa, o linguaggio dell’odio) non è un appannaggio di pochi esperti, ma un atto di resistenza CIVILE e baluardo di ogni cittadino.

Si parla spesso di democrazia, di potere al popolo e del popolo, che si sostanzia nel potere di esser rappresentati sulla base di una volontà correttamente formata.

Focalizzati sull’ultimo punto, è chiaro che la democrazia regga sulle informazioni acquisite, che come mattoncini si incastrano a costituire la nostra idea di mondo, la nostra volontà rispetto a fatti.

Intuitivo, in quest’ottica, come la democrazia non muoia solo sotto i colpi della censura.

Ben peggio di un’informazione assente, infatti c’è un’informazione falsa.

Scegliamo l’informazione informandoci a nostra volta, ed il dialogo confrontandoci in modo stimolante. Scegliamo la civiltà, ripudiando l’odio in tutte le sue forme, perché è nelle informazioni in circolo la nostra Democrazia: non facciamone un business.

 

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